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Don Felice e i giovani di Capitanata nel periodo fascista

Nel 1920 nella provincia di Foggia, comunismo e socialismo(del tempo)lavoravano con le grandi masse di lavoratori inculcando il disamore alla Chiesa con l’accusarla di indifferenza ai problemi sociali e alla formazione del mondo giovanile. Don Canelli si impegnava con ogni forza in questi ambiti sino ad essere definito l’anima vibrante dell’azione cristiano sociale. Dal 8 al 10 aprile del 1920, a Cerignola, si svolse il II Convegno Giovanile Cattolico di Capitanata dove erano presenti quasi tutti i parroci della provincia con i circoli giovanili tra cui emergeva il nostro don Felice che entusiasmava la gioventù con la sua fede granitica, il suo santo ottimismo, la sua costanza nell’operare il bene, la sua cieca fiducia nella Provvidenza. Qualcuno che lo vide in quell’occasione lo assimilò ai fratelli Giacomo e Giovanni, i discepoli di Gesù da lui soprannominati Boanerghes ovvero «figli del tuono» (Mc 3,17; Lc). Don Felice fu considerato un figlio del tuono perché quando prendeva la parola con quella sua voce acuta e penetrante, vibrava da capo a piedi come se dalla sua persona si sprigionasse una straordinaria energia. Don Felice non era un violento ma un appassionato. L’amore verso Dio e verso il prossimo era l’unico e costante criterio-guida delle sue scelte. Al convegno già menzionato e svoltosi a Cerignola era presente anche il Venerabile mons. Antonio Palladino di Cerignola, suo grande amico, che con altrettanto ardore lavorava a Cerignola tra le classi contadine per la loro dignità e il bene della Chiesa. Nel 1919 arrivò a Troia un giovanissimo vescovo trentottenne il venerabile mons. Fortunato Maria Farina che in linea con la prospettiva pastorale-sociale del convegno promosse nella sua diocesi la “Settimana Religioso-sociale” dei Giovani di Capitanata dal 24 luglio al 1° agosto 1920. A questo appuntamento si incontrò, per la prima volta dopo la guerra, la gioventù cattolica di Capitanata per proporre una pastorale giovanile unitaria. Don Felice, come un vulcano in eruzione, con la sua voce penetrante, la parola travolgente, con una lucidità forte e coraggiosa incoraggiava ad una vita di preghiera intensa e ad un’azione concreta e pratica nelle questioni sociali cocenti raccomandando coerenza e forza. Il movimento giovanile cattolico doveva confrontarsi con un territorio abbruttito da duri scontri tra i comunisti e i fascisti. Il 10 aprile 1921,dopo un ennesimo attacco, i comunisti, per difendersi, furono capaci di abbattere un piccolo muro per ricavarne pietre da usare nella lotta. Mentre le squadre fasciste distruggevano ogni forma di democrazia, i contadini incendiavano le masserie e distruggevano i raccolti. La violenza era di casa in ogni dove. Per questi coraggiosi giovani della Capitanata la coerenza e la testimonianza della fede, lo zelo per la giustizia e per la pace, la vicinanza alle necessità del popolo e dei poveri erano pagati con la moneta del sudore e del sacrificio. La loro testimonianza, rafforzata dalla presenza di uomini come don Felice, mons. Farina e mons. Palladino, era veramente vagliata nel crogiuolo. Tra loro vigeva questo ideale: «più aumenta la difficoltà, più la testimonianza cristiana deve essere luminosa». Questo ideale pertanto contribuì a fare dei tre sacerdoti, amici, e uomini di Dio dei testimoni credibili.

Sr Francesca Caggiano
La vice postulatrice