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Don Canelli e la carità senza gioielli

Tutti coloro che hanno avuto l’onore di vivere accanto a don Felice sono rimasti affascinati dalla sua fede incrollabile, dal suo ottimismo, dalla sua costanza nell’operare il bene e dalla sua cieca fiducia nella Provvidenza. Si prodigava senza guardare a sacrifici per aiutare la povera gente bisognosa con ogni mezzo. Certamente il suo operato non fu risolutivo delle gravi situazioni sociali in cui versava la città di San Severo ma, grazie alle iniziative benefiche, fu sprone ed esempio a tanti uomini di politica e di sindacato a guardare nel loro lavoro al bene comune e non agli interessi personali. Canelli pregava ogni giorno il Signore perché gli facesse trovare qualcuno bisognoso di aiuto così da poter attuare il comandamento dell’amore e meritare la misericordia di Dio nel giorno del giudizio. Aveva bene in mente quel brano del Vangelo di Matteo che orienta a servire Dio nei poveri (come si legge nella cripta sepolcrale di Croce Santa) perché il Signore dirà alla fine a chi avrà operato così: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Nel periodo del fascismo (e non solo), fra le tante iniziative sociali e caritative intraprese da don Felice, è da menzionare quella in cui le ragazze orfane o povere della città venivano dotate di un piccolo corredo e di una modesta somma di denaro per potersi sposare e far fronte alle prime spese del nuovo nucleo familiare. Era una situazione molto comune vedere questo esile sacerdote fornire di scarpe i ragazzi che andavano a scuola o al catechismo scalzi. Aiutava con un consiglio, un’offerta di denaro, dei viveri, i pasti caldi, le colonie elioterapiche per bambini poveri ecc… Con questi esempi concreti di amore cristiano anche gli atei e gli anticlericali lo stimavano perché vedevano in lui un vero benefattore e quando saliva le scale del Comune per perorare la causa di qualche povero in difficoltà veniva ascoltato. Don Felice attuava la carità con garbo, discrezione, senza umiliare e mettere in difficoltà nessuno. Quando le Dame di Carità, secondo il pensiero di San Vincenzo, si apprestavano a visitare nelle loro case le persone bisognose almeno una volta a settimana, si radunavano prima un momento di preghiera nella Chiesa di San Francesco. Sentivano don Felice parlare così in modo accorato: «C’è in giro un gran vuoto di amore e molti battezzati lo trascurano dimenticando la sofferenza, la fame di pane e di verità, la dignitosa povertà del Cristo vivo e dolorante nei fratelli». Poi passavano in una stanza dove lasciavano i loro orecchini, le collane, i cappelli pregiati, anche le loro pellicce. Don Felice permetteva di portare con sé solo la fede nuziale e motivava questo “temporaneo impoverimento” perché voleva evitare di umiliare i poveri. Dopo la visita a domicilio le attendeva sempre a San Francesco per un momento di ringraziamento al Signore e poi riconsegnava gli oggetti lasciati e con gioia le salutava ricordando loro di aver avuto un grande onore quel giorno: di aver servito i poveri e Gesù nei poveri.

Sr Francesca Caggiano
La vice postulatrice