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17 Aprile 2025

OMELIA DI S.E. MONS. GIUSEPPE MENGOLI IN OCCASIONE DELLA MESSA CRISMALE 2025

MESSA CRISMALE – 17 APRILE 2025

CATTEDRALE DI SAN SEVERO

È sempre ricco di grazia il momento di una messa, in qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi momento dell’anno venga celebrata. Anche in questa solenne liturgia di oggi, al di là degli aspetti che la caratterizzano, si rinnova ciò che avviene in ogni celebrazione, durante la quale la comunità di credenti celebra la sua fede e poi riparte, sull’esempio della Vergine Maria, con il rinnovato impegno di vivere nel quotidiano e di annunciare a tutti la fede celebrata.

La citazione dell’Apocalisse, riportata oggi come antifona d’ingresso della Messa crismale, ci immette in una corale dossologia che scaturisce gioiosa e grata dal nostro essere stati costituiti da Gesù Cristo “un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,6). Ecco chi siamo! Questa è la nostra condizione di partenza, per niente legata a presunti meriti da esibire, ma solo al fatto che il mistero divino, nell’evento pasquale del Signore, ha manifestato quanto sia preziosa la sorte degli uomini.

A questa condizione di partenza che la celebrazione di oggi ci ricorda e che sfocia in quell’indescrivibile esultanza che solo un cuore pieno di luce divina può esternare (“a lui gloria e potenza nei secoli dei secoli”), fa seguito un’altra condizione che, questa volta, si pone davanti a noi come un traguardo da raggiungere e che abbiamo espresso sotto forma di invocazione nella preghiera colletta. Se all’inizio, infatti, abbiamo lodato Dio per essere diventati sacerdoti con il Battesimo, ora gli presentiamo umilmente l’esatto motivo per cui siamo qui in Cattedrale: “O Padre, concedi a noi di essere testimoni nel mondo”.

La responsabilità della testimonianza, quindi, è di tutta la comunità ecclesiale. Nessuno dei fedeli ne è esonerato.

Questa è la cornice nella quale ci colloca la celebrazione diocesana di oggi. Nell’essere unti come sacerdoti e nel voler vivere come testimoni, ritroviamo il senso del nostro essere Chiesa, in tutte le sue componenti, e, in questo scenario, non è difficile comprendere anche il valore e l’importanza del sacramento dell’Ordine Sacro, ricevuto da voi presbiteri, da voi diaconi e da me, pastore di questa Chiesa.

Tutti i momenti della messa che stiamo vivendo, ci aiutano a trovare i mezzi per non interrompere il tragitto, del quale abbiamo visto il punto di partenza e quello di arrivo. Per passare, quindi, dal culto alla vita, la liturgia ci fa fare una riduzione in scala dell’esistenza stessa, nella cui mappa rimane centrale la presenza viva e amorevole dello Spirito di Cristo che si rivela in diversi modi, aspettando che, volta per volta, anche la nostra risposta si moduli senza tentennamenti.

Ecco le incredibili rivelazioni che ci stanno accadendo davanti agli occhi.

In questa celebrazione Cristo è il sacerdote eterno, grazie al quale preghiamo. Egli ci ricorda che siamo già dentro alla sua unica mediazione salvifica e, per questo, ci chiede solo di fidarci, nella certezza che in nessun altro c’è salvezza. Egli è il figlio eterno del Padre e ci incoraggia a volgere il nostro sguardo e il nostro cuore “in alto” per assaporare la gioia di essere figli.

E in Cristo, proprio durante la messa, partecipiamo alla comunione dei santi, godiamo della speciale presenza della Vergine e ci uniamo alla innumerevole schiera dei defunti che attendono il suffragio della nostra preghiera.

In questa celebrazione Cristo è presente nella comunione tra noi battezzati e aspetta che riconosciamo l’altro come fratello, per accoglierlo. “Solo in Lui – infatti – diventiamo capaci di relazionarci in modo sano e felice e di costruire in questo mondo il Regno di amore e di giustizia” (Dilexit nos, 28).

Un elemento centrale della messa crismale è la visibile presenza di tutto il presbiterio diocesano, sacerdoti e diaconi, attorno al suo vescovo. È l’ora questa, in cui ogni ordinato rinnova davanti a Dio e alla comunità le sue promesse, ritrova la forte motivazione della sua missione e dichiara di volerla vivere sempre e solo in un clima di autentica comunione reciproca con chi ha ricevuto la stessa unzione sacramentale.

È il vostro giubileo, oggi, cari presbiteri e diaconi! E, insieme con la comunità, pregheremo il Signore perché la speranza, di cui siete annunciatori, illumini innanzitutto la vostra vita.

In questa Cattedrale Cristo ha già fatto risuonare la sua Parola, toccando la nostra mente e il nostro cuore per aprirli, oltre che all’ascolto, ad una intima e sincera obbedienza.

Tra pochi istanti, poi, verrà consacrato il Crisma, perché diventi segno sacramentale della benedizione del Padre. Verrà benedetto l’olio dei catecumeni perché sia segno della forza di Cristo. Verrà benedetto anche l’olio degli infermi, che potrà dare conforto a chi soffre nel corpo e nello spirito.

Cristo si farà, infine, pane e vino per guarire e nutrire il nostro cuore “fragile e ferito” (Dilexit nos, 30).

Non possiamo, allora, non far nostra la supplica che oggi la Chiesa, su tutta la terra, fa salire al Padre. Sentiamo quanto mai urgente, infatti, il bisogno di vivere da testimoni dei grandi doni che stiamo ricevendo e che non vogliamo rischiare di disperdere, senza averli prima condivisi con chi non li ha ancora scoperti.

“Essere testimoni”! È facile intuire che non ci è consentito rimanere su un uso facile e generico di questa espressione. Vogliamo trovare nella preghiera, perciò, la modalità per esserlo davvero.

Pensare subito ai tanti testimoni che ci hanno preceduti e ricalcarne le orme, potrebbe essere la via più immediata per non cadere nella delusione di pensare che l’avventura cristiana sia impraticabile. Una miriade di testimoni ci ha preceduti. Tanti sono accanto a noi. Basterebbe ricordare anche solo quelli di questa nostra terra, quelli che conosciamo per fama come don Felice Canelli o come don Francesco Maria Vassallo, o quelli che, anche se non godono di notorietà, rendono bella la comunità ecclesiale. Riflettiamo su quelli che il Signore ci manda proprio nel momento di maggiore bisogno, ma anche su quelli che ci passano accanto, ma che non riusciamo a riconoscere. Chissà quante parole Dio ci rivolge attraverso le persone che ci sono vicine…

Per riflettere sul significato autentico della testimonianza, tuttavia, può aiutarci un testo di Dietrich Bonhoeffer che nella Conferenza del 8 febbraio 1929, in un certo senso, ne definiva la fisionomia. Questo teologo, ucciso nel Campo di concentramento di Flossenbürg, in Germania, affermava: “Dal momento che nell’agire dinanzi a Dio è richiesta all’uomo la perdita totale delle pretese personali, l’agire etico del cristiano può essere descritto come amore”. Così, “l’agire etico del cristiano è un agire con libertà, con la libertà di un uomo che non ha niente per se stesso e ha tutto per il suo Dio”. Ecco, allora, chi è il testimone: chi non vanta pretese personali e mette tutto quello che è e che ha a disposizione di Dio e del suo amore.

Da qui si aprono ora per noi tre scenari ben connessi tra loro o, più propriamente, tre richieste di preghiera.

La prima. “Il Signore ci conceda di essere testimoni nel sacerdozio”. Sappiamo bene che unico ed eterno sacerdote è Gesù Cristo, al quale tutti, in virtù del Battesimo, partecipiamo. Tutti in Lui, quindi, possiamo fare di noi stessi un sacrificio gradito a Dio, sapendo che il dono di noi stessi non è irrilevante agli occhi di Dio e che, quindi, sfugge dal soffocamento di una prospettiva esclusivamente orizzontale.

Ogni azione fatta con amore diventa eucaristica, come ci ricorderà il Signore in quella consegna che ci darà, stasera, nell’ultima cena: “fate questo in memoria di me”. Ogni gesto di prossimità rende più unita e forte l’intera comunità. Ogni volontà di bene verso gli altri può essere affidata a Dio che, a sua volta, ne fa l’uso che vuole. Cosicché, quando lasciamo interagire la sua presenza con la nostra libertà, viviamo con Lui un’intimità d’amore, che la Scrittura non esita a chiamare sponsale.

“Offrire un sacrificio gradito a Dio”: ecco il vostro compito, cari presbiteri: rendere l’offerta che ogni giorno la Chiesa fa di se stessa a Dio, quanto più gradita possibile. Il vostro è un servizio necessario, perché offrite tutti i ‘mezzi’ più efficaci, con i quali far salire al cielo il profumo della “liturgia della vita” di ciascun credente e, non di meno, dell’intera comunità. A questo è finalizzata l’amministrazione dei sacramenti che con la stessa efficacia dell’acqua immergono in Cristo, con la fluidità dell’olio penetrano nell’anima, segnandola indelebilmente, che attraverso la fragranza del pane la irrobustiscono e che nel calice del vino la irrorano anche nelle parti rimaste in necrosi per lungo tempo. E grazie a questi segni efficaci, che voi ponete con il vostro prezioso ministero, ogni fedele impara ad accogliere, a dialogare e a lasciarsi formare dal “dolce ospite dell’anima”, come l’inno chiama lo Spirito Santo.

La seconda richiesta. “Il Signore ci conceda di essere testimoni nella profezia”. E non mi riferisco ora alle diverse affermazioni che dovrebbero prevedere, in modo più o meno attendibile, il futuro della Chiesa. La profezia della Chiesa, quale dimensione connaturale ad essa, è altro. Riguarda il presente e, soprattutto, il nostro modo di stare nel mondo, che, per essere profetico, dovrà lasciarsi raggiungere da alcune domande: cosa ci chiede il tempo che viviamo? Quale appello è nascosto dietro le tante attese della gente comune? Qual è la Parola incarnata che può raggiungere l’esistenza di ognuno e soprattutto quella dei poveri? E poi, cosa dice, al di là delle parole, la nostra esistenza? Quale priorità riusciamo a comunicare? Qual è il senso che unifica il nostro vissuto e che dà coerenza alle nostre scelte? Sono domande di fondo e non possiamo non sentircele addosso. Quale è, in sintesi, lo stile del cristiano che vuole vivere la profezia evangelica?

È lo stile di colui che dà consistenza a ciò che dice. È colui che, nell’incontro con Cristo, ha scoperto la Verità e non è disposto a barattarla per alcuna ragione. È uno che non ha paura di non essere compreso o accettato, non ha paura della prova, perché non può e non vuole rinnegare la bellezza di quell’incontro che lo ha cambiato. Il profeta non si lascia omologare dai sistemi di pensiero e porta in ogni situazione l’originalità della sua scoperta, che non è la solita nemmeno per lui, perché essa scaturisce dalla relazione, all’interno della quale ha scelto di giocare l’intera esistenza e che ogni giorno gli offre sempre nuovi spaccati di senso.

La Chiesa intera è chiamata a essere profetica e, all’interno di questa vocazione si incastona la vostra missione, cari presbiteri. Chiamati per primi a essere profeti, vivendo la Parola e annunciandola. Vivendo nella relazione con Lui e invitando altri ad entrare in essa. Sottolineando, con il vostro modo di essere presenti nella comunità, l’inderogabile importanza del primato di Dio e battendovi con un impegno senza sconti e paure fino al sacrificio, fino all’impopolarità, perché il Signore non diventi secondo a niente e a nessuno. Il vostro modo di stare, prima ancora delle vostre parole, dirà tutto. Il vostro modo di abitare il mondo sarà profetico o smentirà la forza della Parola di Dio a voi affidata.

La terza richiesta. “Il Signore ci conceda di essere testimoni nella regalità”. La vera sovversione degli schemi sociali vigenti avviene quando la comunità, coscientemente e con gioia, seguendo le orme del suo Maestro e Signore, sceglie la via della regalità di Cristo, che è il servizio. Egli ci pone una precisa domanda: “potete bere il calice che io bevo?”, sapendo che “chi siamo e a che cosa crediamo viene fuori davanti al disagio, nell’ora arrischiata”, come anni fa ricordava uno scrittore. Siamo capaci, cioè, di morire per amore? È questa la condizione perché il regnare non degradi in dominio, ma ci faccia condividere i drammi della gente, evitando di guardarli dall’alto di un ruolo. “Sono venuto per servire”, dice il Signore. Egli non tiene il mondo ai suoi piedi, ma è inginocchiato ai piedi di ogni creatura. Cosicché non occorre più cercarlo in orizzonti infiniti e irraggiungibili, ma semplicemente accorgerci che egli è già ai nostri piedi per lavarli e curarli. Il suo regno, infatti, inizia nello spazio che ognuno di noi è disposto a concedergli. Gesù ci mostra come servire sia una dimensione dell’intera esistenza e non un frammento del nostro tempo; un modo di esistere e non qualcosa di improvvisato o organizzato in quelle sedi che noi riteniamo opportune, come se il resto delle nostre giornate ne sia esonerato. La domanda seria, allora, è se davvero, in questo momento, siamo pronti a bere del calice che Egli ci porge per essere avvolti dal suo amore e vivere come Lui ci insegna.

Anche a voi presbiteri, che bevete ogni giorno proprio di quel calice, è chiesto, di nuovo e insieme, di scegliere di dire di “sì” a Lui, alle condizioni del suo Vangelo e ed è chiesto di rinnovare il vostro “sì” anche alle Comunità che vi sono state affidate. Esse aspettano la gratuità e la generosità della vostra risposta. Siate testimoni: pronti a dare la vita, cioè. Capendo che la verifica più impegnativa del vostro ministero avviene soprattutto nel momento in cui tessete le relazioni quotidiane, nelle cui trame sapete di potervi già muovere con il notevole vantaggio di avere dei fratelli, anzi del con-fratelli, che in questa stessa terra condividono con voi la stessa vocazione e la stessa missione. Insieme con loro e tutti uniti al vescovo, siamo l’immagine di una comunità che volentieri segue le orme degli apostoli.

Servitevi gli uni gli altri con disinteresse, dandovi reciproca fiducia e mai sospetto, accettandovi con misericordia e mai respingendovi con giudizi, accogliendovi tutti con gioia e non allontanandovi per partito preso o perché corrosi da vecchie ruggini. Scoprite la novità del ‘sì’ che ogni giorno il vostro confratello pronunzia, sia quello vissuto con entusiasmo, sia quello detto con fatica e dolore, piuttosto che etichettarlo con poca benevolenza e senza carità. Ascoltatevi volentieri, custodendo nel cuore i vissuti dell’altro. Pregate sempre gli uni per gli altri per non strozzare la vostra preghiera in una coscienza arida o in una esistenza solitaria. Se ci facciamo caso tutto ciò è esattamente quello che noi chiediamo al popolo di Dio. Allora è esattamente questo ciò che con pazienza, soprattutto in questo anno giubilare, dovremmo imparare a testimoniare, cari presbiteri e diaconi, perché questo nostro modo di vivere diventi la maniera migliore per servire la comunità e darle speranza.

In questa lieta circostanza ricordiamo con affetto e con gratitudine i Reverendissimi Vescovi che mi hanno preceduto in questa sede: S. E. Mons. Michele Seccia, S. E. Mons. Lucio Angelo Renna e S. E. Mons. Gianni Checchinato.

Ci uniamo alla gioia di Mons. Mario Antonio Cota per il 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, di don Girolamo Capita per il suo 25° anniversario, di don Federico Ferrucci e di don Umberto Lipartiti per il loro 10° anniversario e di don Antonio Soccio, il cui anniversario dell’ordinazione ricorre proprio nella giornata di oggi.

Sentiamo vicino nella preghiera don Nazareno Galullo impegnato come sacerdote fidei donum nella missione di Cotiaku.

Un pensiero e una preghiera per il diacono don Antonio Valente che per un impedimento di salute, non può essere con noi in questo momento.

E ultimo, ma non ultimo per importanza, una preghiera particolare per i seminaristi della nostra diocesi e per i giovani che sono in ricerca vocazionale. Il Signore li attiri al suo cuore e li renda pronti a donare la loro vita con generosità e con gioia.

Maria Madre della Chiesa, prega per noi!

Regina degli Apostoli, prega per noi.

OMELIA DI S.E. MONS. GIUSEPPE MENGOLI IN OCCASIONE DELLA MESSA CRISMALE 2025