28 Dicembre 2025
Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Mengoli in occasione della chiusura del Giubileo della speranza

Il Signore è nato povero. Ha rinunciato a tutto, eccetto che a una famiglia. È ciò che in quella notte hanno visto i pastori ed è quello che il vangelo oggi ci consegna. Lo sguardo della fede riconosce in quel bambino il figlio di Dio e, nello stesso tempo, in maniera inseparabile, allo sguardo umano si presenta accanto a lui il calore di una madre e di un padre, la tenera premura una famiglia. Da questa icona vivente il messaggio che giunge è chiaro: mai il Signore senza una famiglia, mai una famiglia senza il Signore.
Nella descrizione dell’evangelista Matteo, tuttavia, prima sotto forma di richiesta divina e poi sotto forma di obbediente risposta, ricorre per quattro volte una stessa espressione che merita senza dubbio la nostra attenzione, perché può diventare un prezioso spiraglio per entrare nel vivo di questa famiglia santa e contemplarne la bellezza.
Ecco l’espressione: “Prendi con te il bambino e sua madre”… “Prendere con sé”, in questo contesto, è un termine che ha il sapore della reciprocità. Qui, quel “prendere con sé” rivela il tratto delicato e sicuro del sì di Giuseppe; nel corso della vita pubblica, con questa espressione, Gesù esprimerà l’eccezionale privilegio che concederà a Pietro, Giacomo e Giovanni quando li condurrà sul Tabor per mostrarsi trasfigurato. Questa reciprocità, però, subisce subito una battuta d’arresto, quando davanti all’iniziativa divina di abitare tra gli uomini, come ci ricorda Giovanni nel Prologo del suo vangelo, “i suoi non l’hanno accolto”. Il verbo greco è lo stesso: παραλαμβανω, prendere, ma al negativo e contiene tutto il peso del rifiuto.
È per noi avvincente e, nello stesso tempo, impegnativo quello che si legge tra le righe, ma ci presenta la scia luminosa entro la quale si snoda la storia della Santa Famiglia e nella quale siamo chiamati ad inserirci anche noi con le nostre famiglie.“Prendere con sé”, infatti, significa fare del dono di sé la scelta prioritaria, quella cui tutto è subordinato. Significa non rimanere sul piano delle intenzioni, ma amare concretamente. Ad ogni costo. E pagando in prima persona.
“Prendere con sé” significa accogliere l’altro, prenderlo sul serio, totalmente e per sempre. Significa fare interiormente all’altro spazio e, poi, senza soluzione di continuità, misurare il proprio tempo e i propri spazi unicamente in rapporto a lui. Significa scegliere, non partendo mai da se stessi, e poi rispondere nel qui e ora e senza rimandi difensivi. È la maniera per misurare credibilmente la portata della nostra responsabilità.Da dove viene questa forza a Giuseppe: potremmo chiederci. Non c’è dubbio: dal sentirsi lui per primo accolto, preso per mano e condotto amorevolmente. Ora, poi, a Betlemme quel mistero d’amore, divenuto carne per mezzo della Vergine Maria, si offre alla sua contemplazione, cosicché, da contemplativo, si lascia guidare dalle parole dell’angelo. Non batte ciglio, perché ha scoperto la Verità e il suo splendore ormai rende luminose le sue azioni, diradando il buio di ogni ostacolo, anche quando esso ha il nome di Erode. A Giuseppe basta la presenza di quel bambino e la candida fede di Maria per gioire dell’amore misericordioso di Dio, per vivere la docilità del discepolo e per sentirsi già nuova creatura. Ed è proprio di quella stessa gioia che, anche noi amati, scelti e rendenti da Dio, in questo anno giubilare, abbiamo voluto assaporare il gusto.
Una lettura dell’Anno Santo, perciò, non può accontentarsi di un approccio superficiale e meramente sociologico, limitandosi ad enumerare i raduni internazionali, nazionali, diocesani o parrocchiali e, con moderato ottimismo, a sottoporre al setaccio delle statistiche il numero dei partecipanti; né può valere solo il sia pur encomiabile sguardo inclusivo che in quest’anno ha coinvolto, volta per volta, differenti categorie e associazioni. E non può considerarsi l’incontro con il papa, per chi ha avuto la fortuna di averlo, il vertice del pellegrinaggio giubilare.Mentre lodiamo certamente il Signore per i solenni momenti ecclesiali che anche qui in diocesi non sono mancati, per un approccio diverso e più profondo, vi chiedo di rifarci, così, alle cosiddette ‘solite’ condizioni che la tradizione della Chiesa ci ha chiesto in questi dodici mesi passati per ottenere le inesauribili e straordinarie grazie divine. E tra esse, vorrei chiedere la vostra attenzione sulle condizioni più intime, quelle cioè che riguardano la nostra interiorità, la nostra coscienza, e quelle più visibili, le cosiddette conseguenze sociali. Anche perché gli eventi celebrativi hanno avuto efficacia sul nostro vissuto solo se collocati, come linfa vitale, tra quelle due dimensioni che ho richiamato ora, il cui rapporto rimanda a quello che c’è tra i frutti di un albero, le scelte sociali appunto, e le sue radici interrate nell’intimo di ciascuno di noi, invisibili agli occhi, ma necessarie perché l’albero viva e non diventi sterile.Nel testo delle Norme sulla Concessione dell’indulgenza durante il Giubileo ordinario dell’anno 2025, si legge testualmente: “Tutti i fedeli (siano) veramente pentiti (cfr. Enchiridion Indulgentiarum, IV ed., norm. 20, § 1) e mossi da spirito di carità”.
Ci troviamo davanti a una straordinaria sintesi che può fare da cornice all’esistenza di ciascuno di noi, con la lucida consapevolezza che il cammino che va dal pentimento alla carità dura una vita intera.
Per far luce sulla centralità di questo percorso, richiamo brevemente, per contrasto, la figura di Erode. In lui, invece, del pentimento e della carità, ci sono l’arroganza interiore e la violenza esteriore. Sembra, a tutta prima, un uomo forte. In realtà è una persona debole, perché sola, ‘in dialogo’ (si fa per dire) unicamente con “i pensieri del suo cuore” chiuso e ambizioso. Oltre a macchiare le sue mani di sangue, è già perdente perché si dimena in imprese di basso cabotaggio. Non vede gli altri e usa tutti i mezzi per eliminare chi pensa possa essergli d’ostacolo. Certo! La nostra reazione immediata ci fa prendere subito le distanze da uno come lui e siamo pronti a giurare di non volere, né di poter cadere mai così in basso.
Ma cosa accade esattamente a Erode e alla sua devota coorte? Cosa lo ha spinto fino a quel degrado interiore?
È ancora il vangelo a rivelarcelo quando, con un rapido tratto di penna, presenta il profilo di questo governatore e del suo seguito. Quando leggiamo: “quelli che cercavano di uccidere il bambino”, letteralmente nel testo si legge questa espressione: “i cercanti la vita del bambino” (Mt 2,20). Che bella espressione! Qui l’ironia evangelica da una parte sembra arrivare all’inconscia motivazione di Erode: cercava “la vita di quel bambino”, anche lui, per quanto possa sembrare strano, dall’altra mette in luce quello che dovrebbe essere anche l’unico desiderio di chi come noi ha fatto la scelta di credere.Pensate… lo stesso punto di partenza può aprire due orizzonti: uno buio e violento, l’altro di luce e di pace. Da cosa dipende? Forse solo da quel binario su cui il giubileo ci ha instradato: la conversione interiore e la carità. Quella carità di cui occorre rivestirsi, come ci ricorda la Lettera ai Colossesi, e della quale San Paolo ci mette a disposizione un ampio corredo.Sull’anno giubilare sta calando il sipario. Cosa ci rimane? Meglio! Chi ci rimane? La risposta è una sola: “il Verbo si è fatto carme”. Rimane il Signore Gesù. Ed è da lui che si riparte, perché è egli la vera porta delle pecore. Una porta che sul Calvario è stata spalancata per tutti e che non sarà mai chiusa, fino all’eternità.
Tocca ad ognuno di noi ora attraversare quella “porta” nel segreto della sua coscienza e nelle scelte quotidiane e non permettere che davanti a ogni porta ci assalga la paura e ci faccia volgere indietro.
“L’ultimo grande evento del Giubileo”, riportava come titolo nei giorni scorsi una testata giornalistica, alludendo alla bella celebrazione con i detenuti, tenutasi a Roma dal 12 al 14 dicembre scorso. Riprendendo, tuttavia, quella stessa espressione sono sicuro che “l’ultimo grande evento del Giubileo” sarà la decisione della nostra coscienza, facendo di tutto perché, come ricordava il Papa, “nessuno vada perduto!”. “Alzati!”: come a Giuseppe, ora lo dice anche a noi l’angelo del Signore. Alzati! È un grido che ci rivolgono tutti coloro che attendono ancora e che forse non ci hanno ancora visti né pentiti, né animati di carità. Alzati… perché forse pensi di essere già in piedi e invece sei seduto.
La postura giubilare della Vergine Maria che si alzò di buon mattino per correre da sua cugina Elisabetta, ci dia la giusta andatura e l’esatta destinazione dei nostri percorsi. Amen