13 Luglio 2026
Catechesi di Mons. Giuseppe Mengoli a San Giovanni Rotondo

… dialogando con Francesco
«E restituiamo al Signore Dio Altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamogli grazie, perché procedono tutti da Lui» (Regola non bollata 17, 17, FF 49).
Ci chiedi troppo, Francesco…
Sappiamo che con i santi non si scherza. Ma stasera ci troviamo davanti a un bivio… e sentiamo che il “sì” o il “no” che potremmo dire, avranno un enorme peso… il peso di una vita intera, l’incalcolabile estensione dell’eternità.
La tua figura ci affascina – è vero – ma, nello stesso tempo, l’incontro con te ci spaventa.
Siamo troppo abituati alle mezze misure, ci culliamo in rassicuranti compromessi, ci fanno paura i contrasti esistenziali, ci accomodiamo in tinte sfumate e sfocate e, per paura, ci rifugiamo nelle complicità. Preferiamo percorsi pianeggianti, se non proprio in discesa.
Quello che, stasera, ci chiedi è addirittura imbarazzante…
Potremmo scappare e, tuttavia, scegliamo di restare. Ascoltare le tue parole di fuoco, anche se sappiamo che, toccandoci nell’intimo, lasceranno un segno indelebile. Rimaniamo perché quello che ci dirai anche oggi, ci permetterà di lambire il mistero della tua folle esistenza e, soprattutto, di capire un po’ di più noi stessi, di leggerci dentro…
Il mondo, infatti, ci ha educati ad accaparrare, ad accumulare quanto più possibile. Siamo abbagliati dal luccichio di quotidiani miraggi. E siamo anche lusingati dal canto delle sirene che ci rende incapaci, però, di sentire la voce della nostra coscienza… che spesso, molto spesso, chiede altro rispetto a quello che cerchiamo.
E tu, Francesco, ci spiazzi, perché ci chiedi invece di restituire “al Signore Dio Altissimo e sommo tutti i beni”… perché?
Ci piacerebbe dirti che non abbiamo capito la tua richiesta, ma la semplicità del tuo linguaggio è disarmante e non permette di campare scuse di alcun tipo.
Non ci chiedi, infatti, un piccolo sforzo, una particolare pratica, forse anche impegnativa, ma che duri poco, lasciandoci nell’illusoria sicurezza che le cose poi si aggiusteranno da sole. Piccoli dettagli insomma; solo qualche clausola da rivedere come nei contratti aziendali.
Le tue parole stasera sono dirette e radicali. Sei sempre stato così. Per questo molti hanno riso di te. I benpensanti trattano sempre così i diversi da loro. Anche oggi le cose non stanno diversamente: siamo attratti da Assisi, dal suo fascino e dal suo carisma. La tua profezia ci appare subito senza tramonto e soprattutto vera, ma il rischio è che cerchiamo più un souvenir da portare a casa o un tau di legno d’ulivo da appendere al collo in bella vista, invece di portare dentro di noi il fuoco d’amore che ci consegni. E intanto, il binario del nostro quotidiano è sempre lo stesso….
Tu, invece, ci stai dicendo di dare una direzione totalmente diversa alle nostre scelte. E in altri termini, chiedi follia anche a noi. E poiché anche la follia ha molti volti, ci mostri con chiarezza che la tua è stata solo una follia d’amore e di un amore evangelico.
Tu sai che siamo frenati nel voler dare tutto da un istintivo senso di attaccamento alle cose, a noi stessi e conosci bene come l’animo umano sia attraversato dall’orrore del vuoto. Il vuoto interiore, il vuoto di senso, il vuoto di relazioni.
Perché, Francesco, ci chiedi una misura così esigente? E poi, una volta fatto il vuoto, come possiamo sperare di riempirlo?
Ti immagino accanto a me ora. Anzi, lo sei davvero e sento che, pur se con fatica, vuoi condurmi proprio fin qui… per chiedermi di entrare in questo mistero di cui sei un riflesso.
A ben vedere, infatti, la tua non è stata follia. Tu hai visto meglio di noi. Il tuo sguardo è andato in profondità, quando, nel pieno dei tuoi giorni grigi, ti ha raggiunto il raggio di luce di uno sguardo che ha avuto la forza di rimetterti in piedi, di farti riprendere in mano la tua esistenza, di farti ricominciare a sognare, di farti essere felice come non mai. E da quel momento, da quello sguardo che ha aperto i tuoi occhi non hai più saputo, né voluto staccarsi.
Sì! Era lo sguardo di un Padre che tu hai scoperto padre di tutti e del quale hai sentito un irresistibile fascino. Di lui ti sei sentito subito debitore. In tutto. E a lui, solo a lui hai voluto consegnare tutto te stesso.
Ci lasci intendere, ora, che chi non incontra quello sguardo… non può capirti e non può indossare le tue misure radicali.
Ma dove hai incontrato quello sguardo, Francesco?
Negli occhi disperati e carichi di attesa del lebbroso che non hai esitato abbracciare e baciare. Quell’incontro sarebbe diventato decisivo per te. Lì il Padre celeste ti stava aspettando, nascosto in quel corpo piagato e tumefatto. Lì ti stava chiedendo di avere il coraggio di uscire finalmente dal tuo orizzonte circoscritto, sicuro ma sterile.
Hai incontrato il suo sguardo negli occhi di un Crocefisso impolverato e abbandonato nel rudere di una chiesa… occhi aperti, occhi di chi è vivente per sempre, dopo aver attraversato su un legno infamante la più grande prova d’amore per noi. La prova d’amore di Gesù, Francesco, l’hai fatta tua e su quella croce sei voluto salire anche tu perché anche le tue mani e il tuo cuore ricevessero il sigillo di un amore totale a Dio e ai tuoi fratelli.
Hai incontrato quello sguardo negli occhi di Chiara, quando nel suo cuore hai scoperto la tua stessa generosità a spendersi senza riserve e senza rimpianti. Il vostro amore per il Signore ha irradiato luce, il cui riflesso a ha toccato e continua a toccare molti cuori.
“Sora povertà”, poi, ha conquistato il tuo cuore e te ne sei innamorato. Hai voluto che fosse l’unico privilegio da vantare nei confronti degli altri, l’unico modo per dire a tutti l’importanza dell’amore divino, di cui ti sentivi ricco. Eri abitato dallo Spirito e non hai avuto esitazione a restituire tutto di te… le ricchezze, la carriera da cavaliere, gli onori, i piaceri, i vestiti… perfino il tuo cuore, a cui ognuno di noi è aggrappato più di ogni altra cosa.
Sì, Francesco, fratello mio, fratello di tutti, fratello dei poveri e degli esclusi del mondo e soprattutto, umile figlio dell’unico Padre celeste, stasera lo ripetiamo e lo ammettiamo sinceramente che solo chi è attraversato fin nell’anima da quello sguardo può capire, può capirti. Solo quello sguardo è luce per le nostre scelte. È la vera luce della vita.
Chi non ne è illuminato, brancola nel buio e si appoggia su tutto ciò che trova, fino a perdere l’equilibrio, fino a cadere e a farsi male.
Attraversando fino alla fine la via della libertà, hai consegnato tutto di te e sei diventato dono per tutti e con gioia ci incoraggi a percorrere volentieri la tua stessa via. Da subito. E mai da soli.
Sono passati 800 anni dalla tua morte, ma tu sei vivo e sei in mezzo a noi e la forza di ciò che hai vissuto è rimasta inalterata… Ci insegni poi che le distanze da te non si misurano in giorni, mesi, anni o secoli, quanto dal grado di mediocrità che ci illudiamo di presentare come misura eccezionale, pur essendo ancora molto modesta e di basso cabotaggio, e dall’ostinazione a non vedere il “di più” che ci mostri.
Un esempio per tutti è purtroppo l’assenza di pace. È questa la nostra vera distanza da te, quella che ti addolora e alla quale noi, invece, rischiamo di abituarci.
Perdonaci, Francesco!
Pesano come un macigno i conflitti e ancor più le ‘ragioni’ dei conflitti. Perdonaci perché il mondo, noi per primi forse, parliamo una lingua tanto diversa dalla tua… mentre la tua ci vede sordi e distratti…
Perdonaci, perché il mondo piange ancora…
Perdonaci e prega per noi…
