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Omelia per la Veglia di Pentecoste, 2017

Pentecoste: esperienza e modello della Chiesa

Ci sono dei momenti in cui sentiamo il bisogno di ricontattare i punti fermi della nostra vita: le nostre relazioni, i nostri affetti, i nostri ricordi… E la tradizione culturale alla quale apparteniamo ci confeziona alcune occasioni che ci permettono di fare esperienza del genere, senza grosse fatiche: basta pensare al pranzo di natale, alla festa patronale, al compleanno significativo di qualcuno dei nostri familiari… senza bisogno che qualcuno ce lo ricordi, sentiamo il nostro dovere di partecipare, o di farci presenti in qualche maniera… perché non c’è un evento più importante capace di oscurare il nostro bisogno di attaccarci alle radici da cui proveniamo, e di impedirci di sentirci parte di un tutto più ampio che dà alla nostra identità spessore e felicità. Penso alla Pentecoste come all’evento che offre al nostro essere chiesa tutte queste cose, e ci permette di ricalibrare e ricentrare l’esperienza personale della nostra fede in una dimensione più ampia, quella della vita comunitaria ed ecclesiale che caratterizza in modo tutto speciale la chiesa fondata da Gesù. E così ci lasciamo interrogare dal testo degli Atti degli Apostoli che ci racconta un episodio della Pentecoste vissuto dalla prima comunità cristiana per verificare il nostro senso di chiesa, la nostra vocazione, la meta verso la quale camminare insieme.

La prima caratteristica della Pentecoste è il “ritrovarsi insieme” (“Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”: è la dimensione peculiare della chiesa, lo stare insieme. E si può stare insieme in tante maniere, anche solo per fare tutti quanti una stessa cosa: facciamo la fila alla posta per pagare le bollette, e la facciamo insieme, ma ognuno pensa alla sua di bolletta da pagare e ognuno ha fretta di finire per tornare a casa… Non è certamente questo lo stare insieme di cui ci parla il testo sacro… Fare chiesa, obbedendo al mistero della pentecoste significa stare insieme davvero, contenti di offrire se stessi agli altri e di accogliere gli altri così come sono. Significa uscire dalla tentazione dell’autosufficienza, del narcisismo imperante dei nostri tempi che ci fa vedere sempre e solo quanto abbiamo donato (che ci sembra tantissimo – ma è davvero così?) e imparare a accogliere con gratitudine quanto gli altri ci offrono con la loro presenza e la loro esperienza. Ancora, il ritrovarsi insieme è accompagnato da una ulteriore caratteristica, definita “nello stesso luogo”: per qualche studioso lo stesso luogo è il luogo della ultima cena di Gesù, il luogo del rendimento di grazie per eccellenza, dell’offerta della propria vita, del servizio disinteressato e umile all’altro, fino a lavargli i piedi. In fondo, in quell’ora solenne, Gesù avrebbe potuto scegliere di comunicarci qualche mistero sulla Trinità, qualche scorciatoia per il cielo, qualche ricetta per il successo della chiesa… Nello stesso luogo dove avviene la Pentecoste è avvenuta la lavanda dei piedi, accompagnata dalle parole: vi ho lasciato l’esempio perché come ho fatto io, facciate anche voi. Lavarsi i piedi gli uni gli altri: con quanta solennità lo facciamo il Giovedì santo, e con quanta fatica invece assumiamo il posto degli ultimi, accettando che l’atro sia superiore a me, accettando di non avere sempre ragione, accettando di assumere per amore la prospettiva di chi mi sta di fronte… Ritrovarsi insieme nello stesso luogo può diventare il primo punto del nostro esame di coscienza come chiesa questa sera.

Venne dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso… Apparvero loro lingue come di fuoco… Questo versetto ci mostra la fatica di dire con parole umane il divino che irrompe nella vita degli uomini: quasi un vento… come di fuoco… esprimono che non era vento e non era fuoco e ci dicono che di fronte al mistero di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo ed è presente nella chiesa sentiamo tutta la fatica di dire qualcosa di sensato, al pari di Pietro sulla montagna del Tabor, quando di fronte a Gesù trasfigurato balbetta qualcosa… che l’evangelista commenta: non sapeva infatti cosa dire… E’ il mistero di Dio che continua a scegliere la terra e gli uomini come luoghi della sua presenza, e che continua a scegliere la chiesa santa e peccatrice come strumento di salvezza per l’umanità. Quanta fatica facciamo ad accettare la chiesa così piena di imperfezioni, che ci appare talora così lenta e poco profetica… E nonostante il potenziale esplosivo rappresentato dal Vangelo, di cui è la fiera testimone, si attarda in logiche umane, in considerazioni mondane, che appartengono più allo spirito del mondo che non allo spirito di Dio. Come scriveva un grande teologo qualche decennio fa: “Il Vangelo ha duemila anni e nonostante questo continua a mostrare tutta la sua freschezza, come fosse uscito fresco di stampa questa mattina. Anche la chiesa ha duemila anni… e li dimostra tutti!”. La prima verità con cui possiamo misurarci è l’accertare quanto buon materiale abbiamo messo a disposizione perché la chiesa diventasse anche grazie a noi l’esperienza della comunità viva di Gerusalemme, perseverante nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere… E in ogni caso non siamo migliori dei nostri padri, e accettare umilmente una chiesa che –nonostante le sue povertà- sia il luogo di rivelazione dell’Altissimo, ci aiuta a fare verità su noi stessi. Scriveva George Bernanos, un letterato del secolo scorso: “Noi conosciamo tanto meglio l’umanità che c’è nella Chiesa quanto meno siamo degni di conoscere il divino che c’è in lei. Diversamente come spieghereste una bizzarria come questa: che i più qualificati a scandalizzarsi dei difetti, delle deformazioni o anche delle difformità della Chiesa visibile –voglio dire i Santi- sono proprio quelli che non se ne lamentano mai? Vorreste una Chiesa perfetta? Non fatemi ridere. Invece di sentirvi a vostro agio, rimarreste sulla soglia di questa congregazione di superuomini, rigirando il vostro berretto tra le mani, come un povero straccione alla porta del Ritz o del Claridge.”

E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Il mistero della Pentecoste si manifesta nel parlare una lingua nuova; la tradizione profetica e Gesù stesso avevano preannunciato questo prodigio: “nel mio nome parleranno lingue nuove” … Certamente non si tratta di una conoscenza improvvisa degli idiomi e dei dialetti di ogni parte del mondo, anzi a leggere bene il testo degli atti degli Apostoli, l’evangelista ci dice che gli interlocutori degli Apostoli capivano una lingua nuova, quella con cui gli apostoli si esprimevano. E’ una lingua che viene definita “nativa”, cioè propria dell’umanità, la lingua con cui hanno parlato Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. E’ la lingua dell’accoglienza e dell’amore: “è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta”. Questa è la lingua nativa dell’umanità, la lingua con cui possiamo costruire la chiesa, la lingua dell’accoglienza e dell’amore, la lingua con cui Gesù si è espresso. Dobbiamo, con un po’ di vergogna, riconoscere invece la pesantezza del nostro parlare, talora addirittura la violenza con cui ci esprimiamo, quando abbiamo poca cura di accertare la verità prima di parlare o addirittura travisiamo o deformiamo la verità… E piano piano, quasi senza rendercene conto, impariamo una lingua nuova, che è lo “svalutatese”, che usiamo prima tutto nei confronti degli altri, e poi anche nei nostri confronti. E invece di essere uomini e donne che testimoniano la gioia della risurrezione con la nostra vita e con le nostre scelte, siamo strumenti delle tenebre di un venerdì santo senza luce e senza speranza, appesantendo la nostra vita, quella di chi ci frequenta e tutto sommato la stessa vita della chiesa. Imparare la lingua nuova dell’accoglienza e dell’amore, questo sì, che ci rende testimoni credibili dello Spirito che viene dato alla chiesa perché ricordi all’umanità la lingua con cui è nata. E la verifica sulla nostra vita personale, comunitaria, ecclesiale non può non confrontarsi con questa domanda: che lingua parlo? Che lingua parliamo come cristiani? Che lingua parliamo con i lontani, con i giovani che fanno sempre più fatica a capirci?

Lo Spirito che abbiamo invocato in questa veglia e che continuiamo ad invocare scenda su di noi e trasformi la nostra vita personale, quella delle nostre parrocchie, quella della nostra chiesa locale in nuova esperienza di Pentecoste.

 

+ Giovanni Checchinato

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