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Corpus Domini
18 giugno, 2017
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4 luglio, 2017
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Omelia per la Solennità del Corpus Domini 2017

“Chi mangia questo pane vivrà in eterno”

La solennità del Corpo e Sangue di Cristo o come siamo abituati a chiamarla del Corpus Domini ci mette di fronte ad un sacramento che riconosciamo importante come tutti gli altri, ma un po’ di più, visto che lo chiamiamo “santissimo”. E ci mette di fronte ad una testimonianza che è centrale nella nostra fede, quella del mistero pasquale del Signore, rappresentato dal sacrificio eucaristico, in cui adoriamo Il Signore presente realmente in corpo sangue anima e divinità. Ci mette di fronte al mistero di un Dio totalmente altro da noi che ha scelto di farsi uno di noi, di un Dio che non ha abbandonato la storia a se stessa ma che ha trovato il modo di rendersi presenza viva e vera nelle vicende liete e tristi della vita della umanità attraverso il segno di un pezzo di pane e di un goccio di vino che stanno lì, alla nostra mercé, disponibili ad essere onorati dalle nostre liturgie solenni e disponibili nel contempo ad essere profanati dalla nostra vita antievangelica, dalle nostre scelte contro la verità, la carità, la giustizia, la pace… tutti valori per i quali Gesù s’è fatto uomo, e continua a farsi pane e vino per saziare la nostra fame e sete di assoluto, di bellezza, di eternità.  Ma questo mistero che possiamo contemplare nella preghiera si offre a noi anche come mistero che va imitato nella nostra vita: l’eucaristia nella sua verità ci insegna uno stile di vita differente da quello a cui siamo abituati o a quello a cui siamo costantemente educati da logiche mondane, che privilegiano il tutto e subito, che ci dicono prima noi e poi gli altri, che ci confermano nei nostri bisogni di autoreferenzialità, di possesso, di potere…

La prima logica che ci insegna l’eucarestia è quella del dono: nella descrizione dell’ultima cena, l’evangelista Giovanni introduce la lavanda dei piedi con queste parole: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.” E il suo gesto d’amore è quello della lavanda dei piedi, efficace icona del mistero eucaristico, in cui Gesù dono tutto se stesso, il suo corpo e il suo sangue, per tutti noi. La vita che possediamo ci è stata data come dono, e nessuno di noi può dire di essere il primo artefice della vita che possiede. “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” ( 1 Cor 4) ci ricorda san Paolo. E in se stessa la vita che abbiamo ricevuto porta il segreto del suo pieno compimento: la vita ricevuta come dono non può essere piena se non diventa dono a sua volta. E quando ci affanniamo a tenere con le mani e con i denti la nostra vita, e con essa tutto ciò che riteniamo essenziale alla sua tutela, ci troviamo a non saperne più cosa fare. E’ significativo quanto don Milani scriveva cinquant’anni fa rispetto alla libertà, tanto agognata come bene assoluto: “quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela”. Ma non è così forse anche per la nostra vita? A forza di pensare a noi stessi e ai nostri interessi, rischiamo di diventare intolleranti, escludenti, sempre in ansia nei confronti di quanto gli altri possono dire di noi, abbiamo sempre più bisogno di giocare d’anticipo perché percepiamo l’altro come minaccia, come possibile prevaricatore dei nostri diritti, e rischiamo di trasformare le nostre comunità in luoghi difficili da abitare, in cui la logica del dono è soppiantata dalla logica del sospetto e del conflitto. Gesù che offre con gioia la sua vita a tutti coloro che incontra e che continua ad offrircela nel segno dell’eucaristia vuole insegnarci proprio a vivere bene, donando la nostra vita agli altri, senza pretese, generosamente e per amore. Davanti a lui questa sera, e a imitazione di lui e del suo dono d’amore, proviamo a fare un passo indietro rispetto ai nostri presunti diritti, alle nostre rivendicazioni, al nostro bisogno ossessivo di emergere sempre e dovunque.

La seconda logica che ci insegna l’eucarestia è quella della condivisione: ci ricordava Paolo Apostolo nella seconda lettura: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. Lo stile che Gesù ci insegna con l’eucaristia contrasta con il nostro bisogno di possedere, e talvolta di accumulare, un bisogno radicato nella nostra identità più profonda e che nasce dalle nostre insicurezze, dal nostro bisogno di avere tutto sotto controllo, e di poterci dire padroni della nostra storia e della vita. E così maggiore è l’insicurezza che ci abita maggiori sono le realtà a cui ci attacchiamo con tutto noi stessi: beni materiali, titoli onorifici o che ci possano qualificare come eccezionali davanti agli altri, considerazione da parte degli altri da cui desideriamo essere percepiti sempre come speciali, relazioni esclusive… e talora addirittura sentirci possessori della vita degli altri, riconoscendoci il diritto di violare l’intimità personale altrui, o semplicemente svalutando la loro vita o il loro operato. Gesù che non considera tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio (cfr Fil 2) e sceglie di spogliare se stesso fino alla morte e alla morte di croce ci insegna a non trattenere per noi, ma a condividere e a donare. A sentire il bene altrui come nostro e a gioire per quanto il nostro fratello o la nostra sorella raggiungono nel loro percorso di vita. Il vuoto interiore causato dalla mancanza del Signore nel nostro cuore e nella nostra mente ci porta ad attaccarci a tutto quanto Signore non è: è la tragedia dell’idolatria che è un peccato molto più raffinato di quanto noi possiamo pensare, e che non si riferisce solo a quelle variabili che sono la superstizione e la vana osservanza. L’idolatria è quella tentazione che mi fa confondere Dio con ciò che Dio non è e mi fa confondere Dio con le cose che lo riguardano. Per entrambe queste situazioni diventano vere le terribili parole del salmo 114: “Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano; dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida.” L’antidoto al morso di questa velenosa tentazione è l’eucaristia, che mi insegna a condividere il pane che ricevo come dono, e che mi indica la strada della condivisione come via santa per avere la vita in eterno. Come cristiani, e come parrocchie e come chiesa diocesana che stile di condivisione viviamo a tutti i livelli?

La terza logica di cui l’eucaristia è maestra è quella del servizio e ci insegna a passare dal bisogno di avere sempre in mano il potere ad essere capaci di cooperazione. Quando pensiamo di essere tanto bravi e tanto intelligenti e tanto furbi e tanto… altro ancora e pensiamo che solo noi abbiamo alcune caratteristiche speciali ci viene spontaneo supporre che gli unici a poter gestire il potere siamo noi. E ci viene spontaneo pensare: Peccato che gli altri non ci capiscano!!! Ma come è possibile che non apprezzino le mie innumerevoli qualità, la mie competenze? Abbrutiti da una idea di potere che invade tutto l’orizzonte della nostra esistenza non ci rassegneremo mai alla presenza degli altri nella nostra vita, soprattutto se la pensano in maniera differente dalla mia, soprattutto se fanno scelte differenti… Mettersi alla scuola dell’Eucaristia significa accogliere il nostro essere “plurali”, e cioè la ricchezza rappresentata dalla presenza di tanti fratelli e sorelle che sono risorsa per me e per i quali io stesso sono risorsa. Significa imparare a essere leader e a saper obbedire, saper dire la propria e saper accogliere con curiosità il pensiero difforme di un altro, saper fare proposte qualificate e saper accettare con elasticità anche quelle degli altri, saper essere capo e saper essere gregario. Gesù che aveva la possibilità di un potere infinito, sceglie di metterlo a disposizione in un gesto di totale servizio nei confronti dei suoi discepoli; sono eloquenti a questo proposito le parole dell’evangelista Giovanni: Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Quando davvero entriamo nella logica dell’Eucaristia e ci sentiamo amati dal Signore che per amore e solo per amore ha lavato e continua a lavare i nostri piedi, tutto il nostro orgoglio, la nostra superbia, il nostro bisogno di potere diventano immediatamente ridicole maschere da cui sentiamo il bisogno di affrancarci.

E’ facile entrare in questa logica che l’Eucaristia ci insegna? No, e Gesù stesso ci ha detto che c’ è bisogno di una lotta, una lotta faticosa e quotidiana che durerà tutta la nostra vita; ed è una lotta che ci permette di sentirci quelli che realmente siamo, amati non perché sappiamo essere veri uomini, perché possiamo contare sulle nostre risorse personali o perché sappiamo fare qualcosa di bello. Ma amati perché Dio è amore e ci vuole bene. E l’eucaristia è il segno esterno di un dono d’amore che il Signore continua a donarci, un bacio che ci rassicura, un abbraccio che ci sostiene e spinge ad andare oltre per poter essere felici solamente di essere amati da lui, senza condizioni. La celebrazione che compiamo stasera sia l’occasione per adorare Gesù vivo e vero presente sei segni del pane e del vino, ed anche l’occasione per imparare da questo dono d’amore criteri nuovi per pensare, capaci di farci scaldare il cuore e di infiammarlo d’amore per Lui e per il nostro prossimo.

 

+ Giovanni Checchinato

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