Omelia per la festa di San Severo Vescovo

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L’abito delle stimmate
24 settembre, 2018
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Comunicato del vescovo per il mese di ottobre
1 ottobre, 2018
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Celebrando San Severo nostro protettore vogliamo contemplare il frammento di vangelo incarnato dalla sua vita, dalle sue scelte, dalla sua testimonianza. Il Vangelo di oggi ci ha parlato di “talenti”, di doni che il Signore fa a ciascuno di noi, perché il suo Regno possa crescere e fruttificare anche grazie al nostro contributo, alla nostra vita. San Severo è santo perché ha saputo accogliere questi doni, li ha fatti diventare risorsa per sé e per coloro che ha incontrato nel suo cammino di uomo e di cristiano. Ci sono dei doni specifici che il Signore fa a ciascuno di noi, e che ognuno di noi conosce o dovrebbe conoscere, ma ci sono anche dei doni che il Signore fa a tutta l’umanità, e che diamo a volte per scontati… penso al “tempo” e alla “terra”: due doni che ciascuno ha ricevuto da Dio e dei quali un giorno ci verrà chiesto un resoconto. Vale la pena verificare con qualche considerazione l’uso che facciamo di questi “talenti” che il Signore ci dona.

Il tempo. Parto da quanto ci ricorda il Salmo 90,2: “Insegnaci a contare i nostri giorni, Signore, e giungeremo alla sapienza del cuore”. Il tempo è il dono che ci fa fare i conti con la vita che nessuno si è dato da sé e che nessuno può comandare; avere a cuore il dono della vita su cui nessuno di noi può mettere le mani in maniera assoluta ci offre la possibilità, se vogliamo, di diventare più sapienti. Davanti alla tragedia delle giovani vite stroncate sulle nostre strade durante la scorsa estate e finanche l’altro ieri, tanti abbiamo detto che la vita è delicata, è preziosa, e che va custodita… di fronte alla vita che viene spezzata da un incidente, da una malattia, dall’uso improprio dei beni a nostra disposizione, va da sé la riflessione sapienziale che corre di bocca in bocca… siamo proprio niente! Ciononostante, la nostra percezione del tempo si è andata progressivamente assoggettando a una dimensione che sembra pervasiva della nostra cultura occidentale, cioè la dimensione economica: a Benjamin Franklin, inventore del parafulmine, delle lenti bifocali e dell’ora legale e di altro ancora è attribuita la massima “il tempo è denaro”. Fino a che il tempo è più importante del denaro, la frase mantiene la sua oggettiva fondatezza, ma quando, come ai nostri giorni, il denaro è più importante di ogni realtà, financo dei valori in cui credo, degli affetti per i quali scelgo di giocarmi la vita, allora le cose si mettono male. Sì, perché tutto diventa assoggettato a questo Molok che riduce tutto a cosa senza valore, se non ha il suo corrispettivo monetizzabile, verificabile e sottoposto al principio della massimizzazione del profitto. Ho i miei dubbi che questo principio funzioni in economia, ma certamente non funziona quando si tratta di parlare del tempo, che è un dono attraverso il quale la mia vita si esprime. Del resto, “dono” fa a pugni con economia… E quando siamo sottoposti, come lo siamo noi oggi al principio del “tempo/denaro” tante cose prendono il posto sul proscenio della vita e tante altre vanno a finire a fare le comparse. Le realtà che prendono il posto sul proscenio sono quelle che ci rendono più ricchi, con più risorse economiche, con più mezzi e strumenti, sazi e un po’ annoiati perché non sappiamo più cosa desiderare. E’ paradossale che la nostra civiltà occidentale che si è nutrita per secoli della sapienza cristiana abbia dimenticato alcune cifre essenziali del suo essere Sal 115, 4-8: ” Gli idoli dell’uomo sono argento e oro, opera delle sue mani…Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono…”;  Ed è altrettanto paradossale che civiltà e culture che sono lontane da noi abbiano mantenuto come punto di riferimento proprio ciò che ci dovrebbe stare più a cuore in quanto cristiani: la vita di ogni persona sulla terra, la vita di chi nasce, di chi cresce, di chi invecchia, di chi muore… Lo ha ricordato papa Francesco nel suo recente viaggio a Palermo: “chi ama la propria vita la perde. Perché? Non certo perché bisogna avere in odio la vita: la vita va amata e difesa, è il primo dono di Dio! Quel che porta alla sconfitta è amare la propria vita, cioè amare il proprio. Chi vive per il proprio perde, è un egoista, diciamo noi. Sembrerebbe il contrario. Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo… L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo “entra dalle tasche”, se tu sei attaccato ai soldi… L’egoismo è un’anestesia molto potente. Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro. La fine degli egoisti è triste: vuoti, soli, circondati solo da coloro che vogliono ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie”. San Severo ha vissuto bene il proprio tempo, mettendo al primo posto ciò che doveva essere al primo posto, la vita! Il talento che ha ricevuto è stato moltiplicato con la scelta di tutto ciò che promuove la vita, e nella vita di ognuno di noi le cose più importanti che ha non le ha comprate con i soldi; e ciò che di più importante abbiamo… non sono cose.

La terra. È il secondo talento che il Signore ci dona, un dono sottoposto, ahinoi, anch’esso alla logica dell’economia e del commercio. Anche qui dobbiamo con un po’ di rossore al volto, riconoscere di aver tradito la vocazione propria della nostra umanità che è prenderci cura della nostra terra, di quella che il Signore ha affidato alle nostre attenzioni: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. (Gen 2,15) E Il Signore questa terra l’ha data a tutti, non solo ad alcuni… l’ha data a tutti perché i beni della terra possano servire a tutti, nessuno escluso. Il principio biblico a cui la chiesa si è sempre ispirata è quello della destinazione universale dei beni e non quello che privilegia il possesso di pochi a scapito degli altri. Questa nostra terra così ricca di risorse e così maltrattata da logiche di lavoro che umiliano gli uomini e violentano la stessa terra grida con la sua voce e con la voce di quanti su questa terra invece di trovare la vita vi trovano la morte. Invece di cercare come poter “aggiungere un posto a tavola, perché c’è un amico in più”, abbiamo elaborato tanti sofismi per giustificare che quello che abbiamo è nostro e chi arriva tardi … si arrangi! Del resto, non siamo lontani da quanto succedeva ancora tanti secoli fa, quando il grande padre della chiesa d’Oriente, san Basilio Magno scriveva ai suoi fedeli di Cappadocia: “Ma tu dici: “Che male faccio se mi tengo le mie cose?”. Ma dimmi: quali sono le tue cose? Dove le hai prese per portarle nella tua vita? Come se un tale, andando a teatro per uno spettacolo, pretendesse di non fare entrare gli altri ritenendo esclusivamente suo ciò che, invece, è a disposizione di tutti. Allo stesso modo si comportano i ricchi. Per primi s’impossessano dei beni e, siccome li hanno presi prima degli altri, li considerano soltanto propri. Se ognuno prendesse per sé solo il necessario, lasciando il di più al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero. […] Chi è il ladro? Chi ruba le cose degli altri. E tu non sei forse un ladro dal momento che consideri tuo ciò che ti è stato dato per amministrarlo? Chi spoglia uno che è vestito, è definito ladro. Chi, potendo vestire uno che è nudo e non lo fa, forse merita un’altra definizione?” E come è possibile che dopo duemila anni di cristianesimo abbiamo dimenticato i principi primi del vivere comune, da cristiani, da fratelli e sorelle? Probabilmente aveva ragione un santo prete che qualche anno fa scriveva in un suo libro: “L’uomo diventa la parola che ascolta”. Quali parole ascoltiamo? Quelle che sono contenute nel Vangelo o quelle che vanno di moda, che garantiscono successo, che ci permettono di autoconvincerci che la ragione sta dalla parte nostra, quelle della piazza, del gossip, del pettegolezzo di turno? San Severo non ha ascoltato le parole di moda, né quelle che gli potevano garantire successo umano, ma è stato fedele alla parola di Gesù, l’unica capace di trasformare la storia del mondo, l’unica capace di esprimersi con un linguaggio nuovo. Come ancora ci ricorda Papa Francesco nel suo pellegrinaggio a Palermo: Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. Le mezze verità non saziano il cuore, non fanno del bene. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai “piccioli”. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene, e l’altro si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l’ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. “È cosa buona – diceva un santo – non fare il male. Ma è cosa brutta non fare il bene” [S. Alberto Hurtado]. Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l’amore, non l’odio; il perdono, non la vendetta.

San Severo ci guidi con il suo esempio e la sua intercessione nel cammino verso il Regno di Dio, oggi e sempre. Amen!

+ Giovanni Checchinato

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