Il messaggio per la santa Pasqua alla diocesi, di S.E. Mons. Giovanni Checchinato, vescovo di San Severo: “Non è qui. E’ risorto”

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Carissimi sorelle e fratelli,

 

la novità che viviamo nel giorno di Pasqua è concentrata nell’annuncio che gli apostoli e le donne ricevono il mattino del primo giorno dopo il sabato: “Non è qui. È risorto!” (Mt 28,6; Mc 16,6; Lc 24,6). Il Signore Gesù risorge vittorioso dalle tenebre! Il messaggio evangelico, centro della nostra fede, continua a risuonare nella celebrazione della Pasqua che ci ricorda la nostra vocazione all’assoluto, all’infinito, che niente e nessuno sulla terra può appagare, ma solo Lui, il Signore.

Nei racconti evangelici che si riferiscono alla scoperta della tomba vuota, ci viene detto di una comunicazione che gli angeli fanno ai discepoli che stanno cercando il corpo del Signore nel sepolcro: “Non è qui, è risorto”.

La risurrezione ci spinge a cercare il Signore in una dimensione “ulteriore” che non corrisponde al luogo dove noi ci aspetteremmo di trovarlo. Maria Maddalena è talmente concentrata nel suo dolore per la perdita di Gesù che non riesce a riconoscerlo: lo cercava guardando le bende e il sudario, e non si rendeva conto che il Signore era di fronte a lei. I discepoli di Emmaus erano così concentrati a commentare la propria delusione che non riescono ad accogliere la presenza del Maestro accanto a loro. E Pietro e gli altri apostoli sulla riva del lago di Tiberiade sono così sfiduciati che non riescono a gioire per la visita del Signore che non solo si fa presente, ma ha addirittura preparato per i suoi amici un bel pranzetto.

Dolore, delusione, sfiducia, che rendono la nostra esperienza cristiana difficile e anche noi, come quel giorno i discepoli, finiamo per essere “trascinati” in un vortice, così che invece di aprirci alla novità della presenza viva del Signore in mezzo a noi, ci fanno chiudere in noi stessi, cadendo talvolta nell’autocommiserazione e nel vittimismo. Certamente facciamo i conti con queste esperienze nella nostra vita, così caratterizzata dalla fatica e dalla presenza “scomoda” del male, ma la risurrezione di Gesù non ci insegna forse a cercare il bene nascosto piuttosto che il male evidente?

Una tentazione grande a cui soccombiamo è quella della “omologazione” con il pensiero e con lo stile di vita del “mondo”: assistiamo ad un diffuso malessere per le condizioni sociali di tante famiglie, al crollo di quelli che sono stati valori di riferimento per tanti secoli, alla crescita di una sindrome narcisistica che ci fa percepire sempre più soli e senza punti di riferimento. Non ci vuole grande sapienza per leggere questi fenomeni nella nostra società…Ci vuole grande sapienza invece nel riconoscere che il male non si supera solo se cambiano gli altri, solo se la “società” diventa paladina di valori in cui mi riconosco (quasi che la società sia altro da me e che io possa permettermi di guardarla dall’alto in basso), ma il male si vince soltanto con il bene, quel bene, che ha la “trama” di una vita disposta a spendersi per gli altri e porta in sé “l’ordito” di un amore più grande, un amore disposto ad accogliere anche il controsenso dell’abbandono.

Di fronte alla scoperta del sepolcro vuoto, che è un’assoluta novità per la mente e il cuore di Maria Maddalena, una novità che addolora, che sconvolge, che destabilizza tutti i punti di riferimento di una vita, anche lei cade nel tranello di bypassare l’unica domanda adeguata che poteva essere posta in quel frangente: “Che significa quanto sta accadendo?”, e scivola nella tentazione di cercare un colpevole: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo abbiano posto”. La Maddalena dunque non si domanda cosa significhi quanto accade, non si chiede cosa significhi per lei, ma di chi è la colpa… Il nostro modo di pensare “mondano” ci mette proprio in questo atteggiamento, che rappresenta la chiusura alla possibilità di un “senso ulteriore” da cercare, da trovare, da annunciare…E soprattutto ci mette in un atteggiamento di giudizio nei confronti degli altri, veri responsabili, secondo noi, del disagio che stiamo sperimentando.

         Dolore, delusione, sfiducia sono sempre in agguato nella nostra vita e possono essere l’occasione per un processo di chiusura progressiva e di isolamento che, in ultima analisi, ci portano a piangerci addosso e a non prenderci le nostre responsabilità. Ma possono provocare di peggio: tentarci nel pensare che Dio non abbia nulla a che fare con la nostra vita, e che la nostra storia sia “altro” rispetto alla fede, al Vangelo, all’annuncio della Pasqua che riceviamo con le parole: “Cristo è risorto! Sì è veramente risorto!”

In effetti queste parole non sono solo “l’augurio formale” da dare il giorno di Pasqua, ma l’annuncio più bello che ci possiamo fare come cristiani e che possiamo fare a coloro che incontriamo: “Il Signore c’è, è presente nella nostra storia, anche se non si trova esattamente dove noi vogliamo trovarlo”.

     “Non è qui, è risorto” è l’invito a cercare sempre il Signore risorto nella nostra storia e in quella del mondo in cui abitiamo, è aprirsi alla sorpresa di Dio che mai si stanca di visitarci con la sua grazia, con la sua presenza, con la sua misericordia, nella “fontana del villaggio” che è la sua Chiesa alla quale tutti corrono a dissetarsi per l’arsura che la vita crea. È l’invito a non cedere al pensiero negativo che ci mostra gli altri come potenziali rivali e nemici, è l’invito a superare il  linguaggio corrente così pieno di giudizi negativi che generano sfiducia, è l’invito a credere che all’interno della complessità del nostro mondo il Signore continua a sollecitarci ad essere annunciatori di una speranza nuova.

La Pasqua diventa, così, non una festa tra le tante, ma “la festa” per eccellenza perché ci offre l’annuncio di una vita nuova da vivere non solo in Paradiso, ma anche qui sulla terra, una vita in cui c’è spazio per lo stupore con cui il Signore continua ad amarci; uno stupore che nasce da un cuore innamorato di Dio e che sa che il suo amore è per sempre >>.

 

Le conclusioni, del Pastore della diocesi:

 

        << Concludo facendo mie alcune parole che papa Francesco ci ha offerto in occasione della messa delle ceneri, lo scorso 14 febbraio: “Fermati. Fermati per guardare e contemplare! Guarda. Guarda i segni che impediscono di spegnere la carità, che mantengono viva la fiamma della fede e della speranza. Volti vivi della tenerezza e della bontà di Dio che opera in mezzo a noi. Guarda il volto delle nostre famiglie che continuano a scommettere giorno per giorno, con grande sforzo per andare avanti nella vita e, tra tante carenze e strettezze, non tralasciano alcun tentativo per fare della loro casa una scuola di amore. Guarda i volti, che ci interpellano, i volti dei nostri bambini e giovani carichi di futuro e di speranza, carichi di domani e di potenzialità che esigono dedizione e protezione. Germogli viventi dell’amore e della vita che sempre si fanno largo in mezzo ai nostri calcoli meschini ed egoistici. Guarda i volti dei nostri anziani solcati dal passare del tempo: volti portatori della memoria viva della nostra gente. Volti della sapienza operante di Dio…Guarda i volti pentiti di tanti che cercano di rimediare ai propri errori e sbagli e, a partire dalle loro miserie e dai loro dolori, lottano per trasformare le situazioni e andare avanti”.

Sì, se siamo capaci di guardare in questa maniera superando il dolore, la delusione e la sfiducia, potremo davvero dire: “Davvero il Signore è risorto”. Noi tutti siamo qui, sulla terra, per fare cose che meritano di non morire. Crediamo come cristiani, fermamente lo ripetiamo, a voce alta proclamiamo: Tutto ciò che vivremo nell’Amore non andrà perduto! È questo l’augurio che mi faccio e che vi faccio: Buona Pasqua>>

 

San Severo lì, 29 marzo 2018

Giovedì santo

Direttore Ufficio comunicazioni sociali-Addetto Stampa

dott. Beniamino PASCALE

Relazioni esterne e comunicazione: dott. Beniamino Pascale
mobile: 3472318523 – beniaminopascale@tiscali.it
Curia Vescovile-Uffici diocesani, via Soccorso nr. 38

71016 – SAN SEVERO (Fg)
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